“Mia Carissima Mamma,
dopo tanti anni ricevete da me una lettera. Mi dispiace, cara mamma, per voi e per tutti di casa di questa sciagura e del dolore che vi arrecherà. Oramai per me è finito tutto ciò che rimane nel mondo sia di dolore [sia] di piacere. Di morire non mi importa gran cosa, della mia azione mi pento perché proprio io che ho voluto sempre bene al mio paese debbo oggi essere riconosciuto come un traditore. Eppure in coscienza io non penso così. Perdonatemi, cara mamma, e ricordatemi a tutti.
Vi chiedo […] soprattutto il vostro perdono e la vostra benedizione, ché ne ho tanto bisogno. Baciate tutti i miei fratelli e sorelle e a voi, cara mamma, un abbraccio, sperando, con l’aiuto di Dio, di raggiungersi in cielo.
Con tanti baci
Viva l’Italia!!
Domenica 6 aprile 1941
Vostro figlio,
Fortunato”
Questa è la lettera che Fortunato Picchi scrisse alla madre poco prima di essere fucilato dal fascismo.
Picchi era italiano. Toscano. Emigrato a Londra. Cameriere al Savoy. Antifascista.
Nel 1941 fu reclutato dal SOE britannico e paracadutato in Italia per una missione di sabotaggio contro il regime di Mussolini. Fu catturato, processato come traditore e fucilato a Forte Bravetta.
Non era comunista.
Non combatteva per Stalin.
Non stava dentro nessuna mitologia sovietica.
Combatteva Mussolini.
La sua storia è quasi dimenticata. Come sono dimenticati molti altri antifascisti italiani legati agli Alleati, a Giustizia e Libertà, al Partito d’Azione, alle Fiamme Verdi, alle formazioni autonome, monarchiche, cattoliche, liberali e socialiste non comuniste.
Giuseppe Petacchi, reclutato dal SOE, rientrato in Italia e poi partigiano in Toscana.
I fratelli Bruno e Renato Pierleoni, giellisti, antifascisti, fuoriusciti.
Max Salvadori, ponte tra antifascismo italiano e intelligence britannica.
Leo Valiani, azionista, collegato agli Alleati, poi figura chiave del CLN.
Raffaele Cadorna, generale del Regio Esercito e comandante del Corpo Volontari della Libertà.
Ferruccio Parri, socialista liberale, azionista, capo partigiano, non certo uomo di Mosca.
Questa era la Resistenza italiana: plurale, contraddittoria, militare, politica, nazionale. Una coalizione contro fascisti e occupanti tedeschi. Non la proprietà privata di un partito.
Il problema è che nel dopoguerra quella memoria venne compressa dentro una liturgia sempre più rossa. L’ANPI nacque per rappresentare tutti, ma già tra 1947 e 1949 il mondo partigiano si spaccò: nacquero la FIVL di area cattolica, autonoma e militare, e la FIAP di Parri, Valiani, Calamandrei e degli azionisti.
Non erano fascisti.
Non erano traditori.
Erano partigiani veri.
Solo che non accettavano che la memoria della Liberazione diventasse una succursale simbolica della sinistra filosovietica.
Da lì nasce il problema che vediamo ancora oggi: una Resistenza reale, vasta e italiana, ridotta a una Resistenza ufficiale, stretta, ideologica, di parte.
E il 25 aprile 2026 ne è stato il risultato più grottesco.
A Milano la Brigata Ebraica, cioè il simbolo degli ebrei che combatterono davvero il nazifascismo in Italia, è stata contestata e costretta a uscire dal corteo.
In altre piazze, bandiere ucraine ed europee sono state trattate come corpi estranei.
Cioè: nel giorno della Liberazione, chi ricorda gli ebrei combattenti e chi sostiene un popolo aggredito da un imperialismo moderno viene visto come un intruso.
Questo non è antifascismo.
È memoria sequestrata.
1/2
La Resistenza italiana non appartiene all’ANPI.
Non appartiene al PCI.
Non appartiene ai nostalgici dell’URSS.
Non appartiene a chi oggi usa il 25 aprile per odiare Israele, l’Ucraina o l’Occidente.
Appartiene anche a Fortunato Picchi, che morì scrivendo “Viva l’Italia”.
Appartiene ai cattolici delle Fiamme Verdi.
Agli azionisti di Giustizia e Libertà.
Ai monarchici.
Ai liberali.
Ai socialisti non comunisti.
Agli autonomi.
Ai militari del Regio Esercito che scelsero di combattere i tedeschi.
Agli ebrei della Brigata Ebraica.
Agli italiani che combatterono Mussolini senza inginocchiarsi a Stalin.
Ricordarli non è revisionismo.
È togliere la Resistenza dal buco della serratura ideologica in cui l’hanno chiusa.
2/2
Non appartiene al PCI.
Non appartiene ai nostalgici dell’URSS.
Non appartiene a chi oggi usa il 25 aprile per odiare Israele, l’Ucraina o l’Occidente.
Appartiene anche a Fortunato Picchi, che morì scrivendo “Viva l’Italia”.
Appartiene ai cattolici delle Fiamme Verdi.
Agli azionisti di Giustizia e Libertà.
Ai monarchici.
Ai liberali.
Ai socialisti non comunisti.
Agli autonomi.
Ai militari del Regio Esercito che scelsero di combattere i tedeschi.
Agli ebrei della Brigata Ebraica.
Agli italiani che combatterono Mussolini senza inginocchiarsi a Stalin.
Ricordarli non è revisionismo.
È togliere la Resistenza dal buco della serratura ideologica in cui l’hanno chiusa.
2/2
Generated by Thread Navigator
Press ⌘ + S to quick-export
